
Il Sito di interesse nazionale (Sin) Brescia-Caffaro copre 262 ettari di suolo, 2100 di falde acquifere e 45 chilometri di canali, ma per Arpa l’area contaminata è molto più estesa: 700 ettari l’area per un totale di 11mila persone residenti.
La Cassazione ha condannato a un risarcimento di 250 milioni di euro LivaNova, la multinazionale che ha inglobato la società che controllava Caffaro (chiusa nel 2009): autrice per un secolo del disastro ambientale, tra l’altro di PCB e mercurio, fino a raggiungere il sangue della popolazione locale attraverso la catena alimentare.
Per sbloccare le bonifiche, così è stata avviata la campagna Ecogiustizia subito – In nome del popolo inquinato per Brescia promossa da Legambiente, Libera, Azione cattolica, Acli, Agesci e Arci, dopo aver fatto tappa in altri territori segnati da disastri ambientali: Casale Monferrato (Alessandria), Taranto, Porto Marghera (Venezia), Augusta, Priolo e Melilli (Siracusa) e Napoli per la terra dei fuochi.
Tra le proposte avanzate dalle associazioni promotrici il monitoraggio delle attività agricole, dei prodotti alimentari e del sangue della popolazione, l’ampliamento del Sin alla luce di nuove analisi dei terreni, lo sblocco degli interventi di bonifica e messa in sicurezza delle aree private sia agricole che residenziali, la formulazione di un piano strategico per la riqualificazione eco-compatibile e l’istituzione “urgente e improcrastinabile” di un tavolo che riunisca il ministero dell’Ambiente, la Regione e i Comuni coinvolti.